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Amica mia ch’ho amato in giovinezza
da tanti ambita eppur a me proibita
ché non sarei mai stato alla tua altezza
se non ricostruendo un’altra vita,
mi rivedo in amore ancor pivello
sulla tua scena al mare una serata
quando virai la prua del mio vascello
dopo fatta d’orgoglio una bravata.
Dopo te persi pur le mie radici
come fossero esangui le mie vene,
ma a ben guardar d’allor le cicatrici
nemmeno la città mi volle bene
se non qualcuno al bar dei quattro amici.
Rimossi allor lo stigma del perdente
e superando i più propizi auspici
altrove andai, amai e fui vincente.
Eppur rimpiango quegli acerbi anni,
giovinezza avventata e scombinata
vissuta tra illusioni e disinganni
studiacchiando e campando alla giornata,
ma ardevano alla luna i miei falò
d’amor fiammanti sogni e di fortuna.
La tua vita non so cosa incontrò,
la mia dopo i falò trovò la luna,
e quei falò guardando da lassù
compresi quanto sia fatale sorte
che un gesto o una parola in men o in più
possan di noi decider vita e morte.
Con me ad evocar, pur per un sol giorno,
quegli anni e quei falò t’avrei voluto,
ma andasti donde più non c’è ritorno
prima ancor d’un mio ultimo saluto.
(Sisifo Gioioso, 16.10.2026)